Teatrino Foresto

"Anche nei tempi bui si canterà? Anche si canterà. Dei tempi bui" B. Brecht

A partire

Ho condotto il mio primo laboratorio teatrale 18 anni fa ed ancora oggi ho molto bene in mente le emozioni che hanno accompagnato quell’inizio. Le ricordo bene anche perchè le dissi, scelsi di dichiararle. E dopo di me lo fecero i bambini e le bambine che stavano partecipando. Un’anonima presentazione divenne un momento molto denso, leggero allo stesso tempo. Un frammento atemporale di libertà.

Amo molto il mio mestiere e il mio mestiere consiste nel creare le condizioni per, e guidare, preservare, proteggere quei frammenti, insieme ad un gruppo di persone, piccole o grandi che siano, che scelgono consapevolmente di essere presenti a se stesse e per chi è lì, presente con loro. Questa, che identifico come la mia poesia viva, è la tensione attraverso la quale indirizzo la mia pratica.

Le tecniche che ho acquisito negli anni sono state il frutto di aspri scontri tra questa poesia e la sua attuazione. Ogni qual volta l’idea si allontanava troppo dalla pratica, anzi, ogni qual volta me ne accorgevo, ritornavo allo zero. E lo zero è sempre stata l’esposizione, il rimettermi in condizione di vulnerabilità. Fuori dalle stanze dei laboratori, oltre ai calzini, dovremmo poter veder luccicare le armi. Se chi guida ha un coltello metaforico in tasca, come può un’adolescente, ma chiunque, come può chiunque lasciare fuori il proprio?

Molti dei laboratori che conduco si rivolgono a persone piccole, li chiamo didattico-teatrali e si muovono tutti nell’ambito dell’educazione informale ai diritti umani. Stereotipi, pregiudizi, discriminazioni, lavoro su questo. Il nucleo profondo rimane l’analisi dei comportamenti violenti. Uno dei miei fili.

Titolo: la violenza, svolgimento: perchè?

Da bambina fu per me un salvavita poter rispondere a quel perchè. “Chi agisce violenza è triste o è una persona malata, ha bisogno d’aiuto”etc. Quando sento persone adulte rispondere al perchè della violenza, mi nasce da dentro un sorriso triste. Penso che a volte torniamo tutti quei bambini lì che hanno davvero bisogno di queste povere spiegazioni salvifiche.

Più tardi capii che stavo andando fuori tema, e allora mi chiesi: come? Come arriva chi agisce violenza al punto di agirla? Perchè ormai mi era chiaro che vi eravamo invischiati tutti e tutte, che ognuno/a di noi poteva immaginarla, evocarla, covarla dentro, agirla in diverse forme lontane dalla fisicità e allo stesso modo devastanti. Mi gettai a capofitto sullo studio delle emozioni umane, sui mondi speculativi delle identità personali e sociali. Allargai la riflessione al gruppo, alla relazioni fra gruppi, approdai alla psicologia sociale e a quella piccola branca ancor oggi sperimentale che è la psicologia sociale del pregiudizio.

Qualcosa l’umanità sa di quel “come”. Molto è ancora avvolto nei misteri e si lega nell’oscurità dei “perchè” ma alcuni suggerimenti indicano delle vie percorribili per arrestare i processi violenti, anche già in atto. Per congelarli, non fornirgli lo spazio d’azione necessario allo sviluppo. Vie che si dispiegano dallo studio delle emozioni associate alla formazione del pregiudizio.

Ne possiamo parlare? Sì, ma non sposterebbe nessun piano né dentro né fuori di noi.

Abbiamo bisogno di partire dal corpo.

VP

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